Luciano Canova
L’opinione di Luciano Canova

Cinque titoli sulla povertà. Tutti veri, nessuno sufficiente

Dietro le statistiche sulla povertà in Italia non c'è un'unica storia, ma tante verità che dipendono da come le raccontiamo

Economia e consumi Largo consumo

Ho una buona notizia, una cattiva e una che dipende da come la raccontiamo; arrivano tutte dallo stesso rapporto ISTAT sulla povertà nel 2025. Non è un bug dell’ISTAT: sono i numeri che, a differenza dei titoli di giornale, non sono obbligati a scegliere una sola storia. Proviamo a scriverne cinque.

1 - La povertà in Italia non aumenta

Vero. Le famiglie in povertà assoluta sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale; le persone sono 5,4 milioni, il 9,3% dei residenti. Le percentuali erano 8,4% e 9,8% nel 2024, ma le differenze non sono statisticamente significative. Per l’ISTAT, dunque, il fenomeno è stabile. Che suoni come una buona notizia dice qualcosa delle nostre aspettative: ormai ci basta che le cose non peggiorino.

2 - La povertà ha il volto di un bambino

Anche questo è vero, pur con una precisazione. Il 12,5% dei minori vive in povertà assoluta, contro il 6,1% degli ultrasessantacinquenni. Tra i 7 e i 13 anni c’è un miglioramento significativo, dal 14,9% al 12,1%; per l’insieme dei minori, invece, la situazione resta sostanzialmente stabile. E tra le coppie con almeno tre figli minori l’incidenza raggiunge il 17,7%. Non è la stessa cosa parlare della media nazionale o di chi deve ancora cominciare, di fatto, la propria vita economica.

3 - Anche chi lavora può essere povero

Vero, benché non sia la regola per tutti. Tra le famiglie la cui persona di riferimento è operaio o assimilato, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 14,3%; scende al 3,6% se è dirigente, quadro o impiegato. Il lavoro conta, moltissimo, ma non è una bacchetta magica: contano anche quanto si guadagna e quante persone devono vivere con quelle risorse. Il vecchio confine tra occupati e disoccupati non racconta tutto.

4 - L’indirizzo di casa cambia la storia

E, soprattutto, cambia il contratto. Solo il 18,1% delle famiglie vive in affitto, eppure gli inquilini sono quasi la metà delle famiglie in povertà assoluta: 999 mila. Tra chi paga un canone, il 20,9% è in povertà assoluta, contro il 4,5% dei proprietari. Se ci sono minori, si sale al 28,7%. Non significa che l’affitto, da solo, provochi la povertà: redditi, età e patrimoni sono intrecciati. Significa che il budget per la spesa e gli altri consumi essenziali si decide, in parte, prima ancora di entrare al supermercato.

5 - La povertà è cinque volte più diffusa nelle famiglie di soli stranieri

Vero: il 29,4% di queste famiglie è in povertà assoluta, contro il 5,9% di quelle di soli italiani. Ed è un miglioramento rispetto al 35,2% del 2024. Ma è vero anche il titolo opposto: "Due terzi delle famiglie povere sono italiane". Il 67,1% delle famiglie in povertà assoluta è infatti composto esclusivamente da italiani. Il trucco, se così vogliamo chiamarlo, è nel denominatore: una cosa è chiedersi chi sia più esposto, un’altra chiedersi chi costituisca la maggioranza dei poveri. Confondere le due domande non è soltanto un errore statistico; è un modo piuttosto efficiente di litigare con i numeri.

Il rapporto Istat ci ricorda anche che la povertà assoluta non è una generica sensazione di fatica a fine mese: è l’impossibilità, misurata attraverso la spesa, di acquistare un paniere di beni e servizi essenziali, il cui costo cambia con il territorio e la composizione della famiglia. Per questo il dato nazionale è un punto di partenza, non una sentenza.

Possiamo scegliere il titolo che ci rassicura o quello che ci indigna, insomma, oppure fare un esercizio meno comodo ma più utile: leggere tutte e cinque le notizie insieme. Le statistiche non raccontano bugie e, molto spesso, siamo noi a chiedere loro di raccontarne soltanto un pezzetto del mondo in cui viviamo.

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