Siamo un popolo di santi, poeti, navigatori e… trasformatori, ossia di maestri nel selezionare le materie prime di tutto il mondo per poi trasformarle in quegli apprezzati prodotti alimentari che portano i sapori e la cucina italiana nei sei continenti, dalla pasta al caffè. Una dote che ci viene riconosciuta (spesso con invidia) dai tanti competitor di altri paesi ma che in Italia è poco nota e, anzi, quando lo è risulta spesso divisiva. Soprattutto negli ultimi tempi.
L’accento posto sul valore dell’origine nazionale dei prodotti agroalimentari si è spesso rivelato un boomerang per le aziende che si occupano di trasformazione nel food & beverage. L’enfasi sul ruolo anti-frode delle etichette d’origine obbligatorie per gli ingredienti di base di alcuni prodotti di uso diffuso (come pasta o latte), la retorica del “piccolo è bello”, la rincorsa all’ottenimento delle indicazioni geografiche comunitarie (come Dop e Igp, di cui abbiamo il record in Europa) e la moltiplicazione di bollini e sigilli di garanzia per micro-prodotti (come le Deco comunali - Denominazioni comunali d'origine, ndr) hanno distorto la visione del comparto agroalimentare italiano in una chiave quasi folkloristica.
Spostando l’attenzione sul settore primario, quello agricolo, che ha assunto un ruolo da protagonista, mettendo in ombra l’apporto ben più determinante del settore secondario. I numeri dell’Osservatorio Immagino lo dicono chiaramente: per indicare l’italianità di un prodotto si ricorre soprattutto all’uso del generico tricolore nazionale mentre un claim ben più preciso e circoscritto come “100% italiano” è decisamente meno diffuso (9,1% dei prodotti rilevati contro il 16,4% della bandiera italiana) e risulta in diminuzione.
Siamo sì un paese di agricoltori e allevatori ma il nostro settore primario è ben lontano dalle dimensioni di altri paesi dell’Unione europea mentre a livello industriale siamo tra i primi dieci paesi al mondo nonché membri del G7. Siamo apprezzati perché sappiamo creare, inventare, adattare e migliorare i manufatti siano prodotti alimentari, tecnologie o capi d’abbigliamento.
Eppure una narrazione diffusa e martellante ci ha fatto diventare giustamente orgogliosi dei nostri agricoltori, frutticoltori, cerealicoltori, olivicoltori e viticoltori, considerati alla stregua di veri e propri eroi (e basta far attenzione al filone dell’agricoltura definita “eroica”), e invece molto tiepidi verso chi produce pasta, olio, conserve, formaggi e prodotti da forno. Un sentiment che nasce prima di tutto dalla diffidenza verso la scelta delle materie prime e la formulazione delle ricette. Ingredienti che arrivano dall’estero, anzi da paesi dove la sicurezza alimentare ha standard ben diversi da quelli europei. Scelte fatte all’insegna del low cost, del risparmio e della speculazione, a danno dell’agricoltura italiana. E ancora ricorso indiscriminato ad additivi, come coloranti e conservanti, così da invadere il mercato con i famigerati alimenti ultraprocessati, oggi vero spauracchio di un consumatore sempre più attento a seguire un’alimentazione salutistica. E poi frodi, truffe e via di seguito.
La somma di questi fattori è l’acuirsi di un certo atteggiamento anti-industriale, non nuovo in Italia ma che si è arricchito di nuove sfumature oscurando ancora di più il fatto che - prima di tutto per ragioni morfologiche - l'Italia è un paese trasformatore, che non può fare a meno di importare materie prime e che ha l’abilità di lavorarle e di riesportarle sotto forma di made in Italy, aumentandone il valore reale e quello percepito.
Non solo: per vivere e crescere l’industria italiana, con il suo corredo di posti di lavoro diretti e nell’indotto, ha bisogno dei mercati internazionali perché i consumi interni non sono affatto sufficienti a garantirne il futuro. E non potranno mai esserlo. Per questo occorre riconoscere ai trasformatori il ruolo che svolgono.
Che siamo bravi a fare scouting di materie prime nel mondo ed eccellenti nel trasformarle andrebbe spiegato in modo chiaro e comunicato in modo convincente prima di tutto agli italiani. Anche attraverso una narrazione imperniata sugli italiani come “maestri d’opera” per usare due termini della nostra lingua conosciuti in tutto il mondo.