Dacché, lo scorso dicembre, la cucina italiana è stata inserita nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco è stato tutto un fiorire di incontri e convegni, accomunati da un’unica grande domanda: quanto ci guadagnerà il sistema Italia, e in particolare il turismo gastronomico, che in dieci anni è cresciuto del 49%, arrivando a valere 40 miliardi di euro, stima il Masaf (Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, ndr)? Quanti milioni di turisti sceglieranno il Bel Paese sull’onda di questo prestigioso riconoscimento in aggiunta agli attuali 6 milioni che dichiarano di venire perché attirati dalle esperienze culinarie che vi possono vivere? Ma soprattutto, quando resteranno soddisfatti della proposta di food&beverage che troveranno in Italia?
Il riconoscimento Unesco obbliga il comparto turistico a elaborare una proposta più strutturata e segmentata, che sia realmente capace di raccontare la cultura e l’anima gastronomica dell’Italia. Ovviamente i primi a essere coinvolti sono i settori dell’hôtellerie e della ristorazione. Ma anche il mondo del largo consumo è chiamato a fare la sua parte: le aziende di produzione nel comunicare il proprio heritage e nel trasmettere i loro valori, i retailer nel costruire dei punti vendita che valorizzino e raccontino il made in Italy e che offrano servizi all’altezza delle aspettative dei turisti. In entrambi i casi proponendo delle vere e proprie experience: dal corso per imparare a fare la sfoglia alla masterclass con un bartender per creare il proprio cocktail, dalla degustazione guidata di diverse stagionature di un formaggio alla cena stellata in vigna.
Per le imprese di produzione o trasformazione e per i consorzi che tutelano le produzioni a indicazioni geografiche la strada è chiara: si parla di turismo d’impresa e di itinerari nei comprensori e nei distretti produttivi per offrire ai visitatori un’”immersione” nell’identità di un brand o di un prodotto, raccontandone il dietro le quinte e facendone sperimentare l’unicità. L’Italia ha una fitta rete di musei d’impresa, del food e del gusto, ma molti restano ancorati a modalità di fruizione passive e a logiche espositive superate. E qui c’è molto da fare per trasformarsi da semplici raccolte di documenti e strumenti storici a realtà interattive, che offrono un menù di esperienze istruttive, divertenti e coinvolgenti. E tanto resta da costruire anche in termini di itinerari e di reti locali, per mettere a sistema un’offerta spesso frammentata e poco organizzata, trasformandola in un’opportunità di crescita soprattutto per le aree svantaggiate, a cominciare da quelle interne.
Anche il salto in avanti che si chiede alla GDO non è piccolo. Perché qui non si tratta solo di aumentare l’assortimento di prodotti tipici, di creare aree e scaffali dedicati, di fare scouting di specialità locali ma anche di evitare gli out of stock (più frequenti in agosto, come emerge dal Barometro OSA), di essere più flessibili in termini di orari e di avere personale multilingue (in particolare alle casse), così da agevolare gli acquisti dei clienti stranieri. E di farlo con quel mix di calore e colore, simpatia ed empatia che il mondo ci riconosce.
In aggiunta, i retailer dovrebbero anche fornire nuovi servizi a misura di turisti: ampia proposta di piatti cucinati di qualità e ready-to-eat (pasti pronti, ndr) per chi sceglie di alloggiare in appartamenti e b&b, possibilità di ordinare online e di ricevere a domicilio menù e prodotti particolari (ad esempio perfetti per le cambuse delle barche ormeggiate nei porti turistici), assistenza di un sommelier per la scelta dei vini da abbinare ai menù prescelti, e possibilità di creare gift box personalizzate da inviare direttamente nei paesi di residenza come souvenir del viaggio in Italia. Quanti sono pronti a farlo?