Innovazione Largo consumo

La filiera del largo consumo conferma il suo ruolo strategico

La seconda edizione del Forum del Largo Consumo, organizzato da Centromarca e IBC, ha messo a confronto i protagonisti di un comparto da 600 miliardi di euro nel 2025

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La seconda edizione del Forum del Largo Consumo, promosso da Centromarca e IBC (rispettivamente, l'Associazione italiana dell'industria di marca e l'Associazione industrie beni di consumo, ndr), ha riunito lo scorso 30 settembre a Roma una folta rappresentanza di Industria, Distribuzione, agricoltura e istituzioni.

La centralità della filiera è dimostrata dai dati: il largo consumo genera un giro d’affari di 600 miliardi di euro, 196,7 miliardi di valore aggiunto, quasi il 10% del Pil nazionale e un export pari a 84,9 miliardi di euro, occupando 4,19 milioni di persone. Nel decennio 2015-2025 il valore aggiunto è cresciuto del 46,5% e l’export è quasi raddoppiato (+94,1%). Non a caso, secondo una ricerca SWG per Centromarca, il 45% degli italiani considera il largo consumo uno dei comparti fondamentali per il futuro del paese, subito dopo il turismo (49%) e davanti a ricerca e innovazione (39%) ed energia (38%).

Negli ultimi anni l’industria di marca ha dovuto peraltro affrontare forti aumenti dei costi di energia, materie prime e logistica, vedendo eroso l’utile netto dal 5,0% al 4,6% nel periodo 2021-2024, a fronte di un aumento degli investimenti in impianti e nuove tecnologie (da 1,85 a 2,61 miliardi di euro).

Oggi la filiera si trova dunque ad affrontare sfide importanti in tema di crescita, produttività, innovazione, sostenibilità, internazionalizzazione e tutela del potere d’acquisto delle famiglie.

Le richieste di Centromarca

Viviamo in un contesto segnato dall’incertezza e da quella che Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos Doxa, ha definito una “centrifuga emotiva”. In questo scenario, per tutelare un patrimonio fondamentale per il tessuto economico italiano, Francesco Mutti, Presidente di Centromarca, ha formulato al governo alcune precise richieste orientate a una maggiore efficienza del sistema produttivo:

  • Spingere sull’innovazione, partendo da una decisa accelerazione in tema di digitalizzazione della filiera e dematerializzazione dei documenti di trasporto.
  • Presidiare in maniera inflessibile la legalità e contrastare senza tregua la contraffazione e le pratiche commerciali scorrette per salvaguardare il made in Italy.
  • Costruire insieme una politica industriale organica e di ampio respiro del largo consumo, avviando una profonda sburocratizzazione.
«I dati dell’osservatorio di GS1 Italy e del Politecnico di Milano parlano chiaro: la sola mancanza di integrazione informatica e di collaborazione logistica tra gli attori della catena genera un extracosto di oltre 200 milioni di euro ogni anno. Eliminare la burocrazia cartacea, velocizzare i tempi di scarico e ricezione merci significa recuperare margini preziosi di efficienza», afferma Francesco Mutti, Presidente di Centromarca.

Perché adottare standard comuni

Sul tema delle inefficienze di filiera e degli elevatissimi costi che ne conseguono è intervenuto Domenico Brisigotti, Vicepresidente di GS1 Italy e Presidente di Coop Italia, rilevando che il tema non riguarda le singole imprese, ma proprio la relazione tra le aziende:

«Se le imprese adottano sistemi differenti per identificare i prodotti e tutta la struttura di informazione che si muove tra queste e la distribuzione, il rischio è avere aziende singolarmente efficienti, ma un processo che diventa del tutto inefficiente».

In effetti, quello della produttività è un problema che attanaglia il nostro paese. Brisigotti rimarca che la soluzione è l’adozione di standard comuni. «Secondo uno studio del Politecnico di Milano, l’identificazione di tutto il processo informativo – prodotti, fatture, ordini, ecc. – e un solido link tra il flusso logistico e informativo che lega le imprese possono aggredire con successo il costo dell’inefficienza e restituire competitività alla filiera. Questo è anche un tema di disciplina e di visione che tutti, a cominciare dai grandi player di Industria e Distribuzione, dovrebbero adottare, acquisendo una maggiore responsabilità nella comprensione di quanta economia si può creare per l’intero sistema».

«Adottare un linguaggio unico consente alle piccole imprese di operare con i grandi clienti. Il rischio, altrimenti, è che le PMI debbano costruire linguaggi diversi per clienti diversi: un esercizio impossibile. L’EDI è, in ultima analisi, uno strumento di democrazia, perché abbatte le barriere ed è accessibile a tutti», aggiunge Domenico Brisigotti, Vicepresidente di GS1 Italy

Un sistema integrato

Dal canto suo Flavio Ferretti, Presidente di IBC, ha richiamato la necessità che la filiera inizi a ragionare come un unico ecosistema integrato: «Occorre superare una logica storicamente miope, fatta di contrapposizioni commerciali tattiche e di conflittualità d’acquisto tra Produzione e Distribuzione».

Un’alleanza forte e strutturata con la distribuzione moderna può trasformare le nostre PMI da semplici fornitori ad autentici partner strategici, garantendo la pianificazione pluriennale degli ordini, la trasparenza nella gestione della catena del valore e la valorizzazione delle eccellenze territoriali in Italia e all’estero.

«Fare vera collaborazione di filiera significa condividere i flussi informativi e digitalizzare i processi, eliminando sprechi enormi e recuperando margini vitali da reinvestire in competitività e qualità», ha sottolineato Ferretti.

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