Innovazione

PMI: il digitale è la vera sfida per lo sviluppo

L'Osservatorio Innovazione Digitale del Politecnico di Milano sottolinea che, per consolidare la loro competitività, le piccole e medie imprese devono coniugare trasformazione digitale e innovazione, aprendosi anche a collaborazioni strategiche

Parradee - stock.adobe.com

Le oltre 240 mila PMI (piccole e medie imprese, ndr) che occupano in Italia circa il 40% della forza lavoro privata e generano più del 40% del fatturato del paese sono chiamate a una sfida non più rinviabile in chiave di sviluppo: aprirsi alla trasformazione digitale. Un obiettivo da perseguire anche attraverso una maggiore interazione con l’ecosistema composto da imprese della filiera, università, hub di innovazione e fornitori di tecnologia. In estrema sintesi, è il messaggio che lancia l’edizione 2025-2026 della ricerca promossa dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI della School of Management del Politecnico di Milano, presentata in occasione di un convegno che ha raccolto, come di consueto, anche le testimonianze di imprese e istituzioni.

Non si investe abbastanza

Le premesse non sono molto confortanti. Il documento rileva che la capacità innovativa della PMI risulta ancora limitata, la formazione è carente e la maturità digitale, al netto di alcune eccellenze, è mediamente bassa. Lo scorso anno una su due ha incrementato la spesa per la trasformazione digitale rispetto al 2024. Di contro, il 22% investe poco in digitale perché lo considera marginale nel proprio settore, il 9% ritiene che i benefici attesi siano inferiori ai costi e il 14% non investe affatto in quell’ambito.

Le aree maggiormente digitalizzate sono quelle relative ad amministrazione, finanza e controllo, marketing e vendite, produzione di beni e progettazione di servizi. Gestione delle risorse umane e processi di innovazione mostrano invece bassi livelli di digitalizzazione. Non decollano gli investimenti nelle tecnologie emergenti: il 91% delle PMI coinvolte nella survey non ha sostenuto spese né le prevede per la blockchain, la realtà aumentata, la realtà virtuale e il quantum computing. Il 76% mostra lo stesso atteggiamento nei confronti dell’intelligenza artificiale.

Tabella 1 - L’approccio alla digitalizzazione delle PMI Italiane
Approccio aziendale Dettaglio dell'investimento / motivazione Percentuale
Investono intensamente nel digitale (Totale: 51%) In tutte le aree aziendali 24%
Solo in alcune aree aziendali 27%
Hanno un approccio cauto, dovuto soprattutto a a lacune culturali (Totale: 49%) Investiamo poco nel digitale perché nel nostro settore il digitale ha un ruolo marginale 22%
Non investiamo nel digitale 14%
Investiamo poco nel digitale perché i costi che ne derivano sono eccessivi rispetto ai benefici procurati 9%
Investiamo poco nel digitale perché non abbiamo ancora ben compreso i benefici che ne possono derivare 4%

Fonte: rilevazione tramite survey dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI – aprile 2026) © DIG – Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano (Base: 379 PMI italiane)

La R&S fa la differenza

L’Osservatorio rivela che negli ultimi tre anni il 47% delle PMI non ha condotto alcuna attività di ricerca e sviluppo e il 38% lo ha fatto solo in maniera occasionale. Non a caso, meno di due imprese su 10 hanno depositato brevetti o registrato marchi. Quanto all’innovazione, più di una PMI su tre non ne ha sviluppata alcuna forma, mentre tra le imprese che innovano la tipologia più diffusa è quella di processo, seguita da quella di prodotto e di servizio. I principali freni all’innovazione sono da ricercarsi nella concorrenza con altre priorità aziendali e nella mancanza di risorse. Per una quota rilevante del campione, il problema non è solo di natura contingente, ma di carattere strategico. Emerge, inoltre, che a frenare la realizzazione di attività di ricerca e sviluppo è anche la scarsa propensione all’open innovation: solo un terzo ha avviato collaborazioni con attori esterni, mentre il 55% non vi ha fatto ricorso e non lo pianifica per il futuro.

Il quadro cambia radicalmente se analizziamo le PMI innovative. Nell’ultimo triennio il 49% ha attuato contemporaneamente innovazioni di processo, prodotto e servizio, mentre il 42% ha presentato domande di brevetto. Il recruiting punta in alto: l’80% ha assunto nuovo personale con un dottorato di ricerca, una laurea STEM (dall’inglese science, technology, engineering and mathematics, acronimo usato per indicare le discipline scientifico-tecnologiche, ndr) o un diploma tecnico. Infine, l’84% delle PMI innovative ha collaborato con università, centri di ricerca e imprese.

Il ruolo della formazione

Se è vero che un contesto dinamico richiede competenze in costante evoluzione, la formazione assume un ruolo decisivo come leva sia per favorire la competitività, sia per alimentare l’attrattività delle aziende. In realtà, le PMI affrontano la formazione con un approccio ancora poco strutturato. Solo il 46% svolge attività di valutazione delle competenze e solo il 40% mette a punto piani formativi per il personale, spesso non aggiornati con regolarità.

Quanto alle tecnologie emergenti, le PMI appaiono solo all’inizio del percorso di costruzione di conoscenze e competenze. Il 15% non ha sostenuto spese relative all’IA nel triennio 2023-2025, mentre il 24% prevede di farlo nei prossimi tre anni. Solo il 7% ha avviato programmi di formazione strutturati sull’intelligenza artificiale, nella convinzione che nel breve termine l’IA non avrà impatti significativi sulle attività svolte.

«Le PMI mostrano necessità legate a diversi fattori: mancanza di competenze (solo 4 su 10 fanno formazione sul digitale), processi non del tutto efficienti, scarso ricorso a risorse pubbliche, limitata propensione a collaborare su R&S, mancanza di una strategia di governance del dato, approccio passivo alla normativa. In chiave di sviluppo, gli imprenditori devono dunque aprirsi alla formazione, confrontarsi, fare rete. Un ruolo molto importante spetta anche alle associazioni, agli hub di innovazione, agli enti formativi, ai fornitori tecnologici, ai professionisti e consulenti e ovviamente alla politica, che deve individuare le leve su cui sviluppare l’adozione delle tecnologie».
Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, Politecnico di Milano

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