L’urgenza della crisi climatica ha trasformato l’impronta di carbonio da concetto tecnico per addetti ai lavori a pilastro essenziale della nostra transizione verso un futuro sostenibile. Ogni nostra scelta quotidiana, dal consumo energetico alle abitudini d’acquisto, lascia una traccia profonda sull’ambiente e sul riscaldamento globale. Comprendere questo impatto non è solo una necessità per le grandi aziende o le istituzioni internazionali, ma rappresenta un impegno etico per ogni singolo cittadino. Ridurre le emissioni significa infatti agire concretamente per preservare le risorse naturali a beneficio delle prossime generazioni, migliorando al contempo la qualità della vita nel presente.
Questa misurazione è fondamentale nella strategia climatica dell’Unione europea, infatti, entro il 2050 l’UE si è data l’obiettivo di diventare il primo continente carbon neutral, a impatto climatico zero, con lo step intermedio di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno del 55% entro il 2030.
Carbon footprint: cos’è e il significato
La carbon footprint, impronta di carbonio in italiano, è diventata il parametro universale per misurare l'impatto ambientale delle attività umane. Rappresenta la totalità delle emissioni di gas serra generate da un individuo, un prodotto o un'intera organizzazione. Sebbene il dibattito si concentri spesso sul biossido di carbonio, il calcolo include anche altri gas pericolosi come il metano e il protossido di azoto. Per facilitare la comprensione e il confronto dei dati a livello globale, tutte queste sostanze vengono convertite in un'unica unità di misura convenzionale denominata tonnellate di CO2 equivalente.
Come si calcola l’impronta di carbonio
Determinare l’impronta di carbonio implica una raccolta di dati complessa che riguarda ogni singola fase del ciclo di vita di un prodotto o di un servizio o di un’organizzazione. Per ottenere un valore veritiero, esistono strumenti e protocolli internazionali specifici come il GHG Protocol, che fornisce le linee guida per stimare le emissioni generate partendo dall'estrazione delle materie prime e passando per la produzione e il trasporto, fino ad arrivare al consumo finale e allo smaltimento dei rifiuti.
Quali sono le principali fonti di emissioni
Le sorgenti che alimentano maggiormente l’impronta di carbonio sono strettamente legate ai pilastri dell'economia moderna e dello stile di vita occidentale. Il settore energetico, basato sulla combustione di fonti fossili per elettricità e riscaldamento, rimane uno dei principali responsabili, seguito a breve distanza dal comparto dei trasporti e della logistica. Anche l'agricoltura e gli allevamenti intensivi incidono sul bilancio emissivo globale. Infine, non bisogna sottovalutare l’impatto delle abitudini quotidiane di consumo, che includono la gestione dei rifiuti e la domanda costante di beni che richiedono cicli produttivi ad alta intensità energetica.
Cosa si intende per impronta carbonica di un’impresa
Il calcolo dell’impronta carbonica rappresenta per le imprese una grande sfida. Calcolare l’impronta carbonica di un’organizzazione è un’operazione più circoscritta poiché si concentra sui consumi energetici e sulle attività legate alle sedi e ai dipendenti, la complessità aumenta però quando si analizza un prodotto o un servizio per i quali va considerato l’impatto generato lungo tutta la catena del valore. É quindi necessario sommare le emissioni dirette e indirette, classificandole secondo tre categorie (Scope 1, 2, 3) definite dal GHG Protocol (lo standard globale per il calcolo dei gas serra).
- Lo Scope 1 sono le emissioni generate direttamente da fonti di proprietà o controllate dall'azienda, come il combustibile utilizzato per il riscaldamento o il carburante della flotta aziendale.
- Lo Scope 2 riguarda le emissioni derivanti dalla generazione di energia elettrica, calore o vapore che l'azienda acquista e consuma.
- Lo Scope 3 è l'ambito più complesso e spesso il più rilevante (può superare l'80% del totale). Include tutte le emissioni che avvengono nella catena del valore, dalla produzione delle materie prime acquistate dai fornitori, alla logistica, fino allo smaltimento dei materiali di scarto della lavorazione. Mentre gli Scope 1 e 2 sono gestibili internamente, lo Scope 3 richiede collaborazione e trasparenza tra i vari attori della filiera.
Proprio per rispondere a questa esigenza di collaborazione, GS1 Italy mette a disposizione dell’ecosistema aziendale strumenti concreti basati su standard globali, capaci di rendere i dati della catena del valore pronti per la rendicontazione. Tra questi Ecogentra, la soluzione per la raccolta standardizzata dei dati di filiera ed Ecologistico₂ , il tool per misurare e ottimizzare l’impatto della logistica.
Una volta raccolti i dati, per trasformare i diversi gas serra in un'unica unità di misura, si utilizza il GWP (Global Warming Potential), ovvero il potenziale di riscaldamento globale. Ogni gas ha un coefficiente specifico che indica quanto calore intrappola nell'atmosfera rispetto alla CO2 in un arco temporale di 100 anni. Ad esempio, il metano ha un GWP molto più alto del biossido di carbonio; pertanto, una tonnellata di metano emessa verrà moltiplicata per il suo coefficiente e registrata come circa 28-30 tonnellate di CO2e.
Vantaggi e benefici di una riduzione della carbon footprint
Impegnarsi nella riduzione della propria impronta di carbonio porta vantaggi che superano la sola tutela ambientale. Dal punto di vista economico, l’efficientamento dei processi e la transizione energetica si traducono in un risparmio sui costi operativi. Per le aziende, questo percorso stimola l'innovazione e rafforza la reputazione del brand, proteggendolo dai rischi di greenwashing e rispondendo alla crescente domanda di trasparenza dei consumatori. Sul piano collettivo, ogni sforzo contribuisce a preservare le risorse naturali per le generazioni future.
Come ridurre l’impronta carbonica
Una volta misurato il proprio impatto attraverso i dati, si passa alla strategia di riduzione. Per un’azienda, diminuire la propria carbon footprint non significa solo limitare le emissioni, ma ottimizzare l’intera efficienza operativa con benefici che spesso si riflettono anche sui costi gestionali. Tra le aree su cui intervenire:
- L'efficientamento logistico, dove l'ottimizzazione dei carichi e la riduzione dei viaggi a vuoto permettono di abbattere le emissioni dello Scope 3.
- L’autonomia energetica attraverso l’autoproduzione con fonti rinnovabili nei siti produttivi per agire direttamente sugli Scope 1 e 2, migliorando il profilo emissivo aziendale.
- Un ruolo cruciale è svolto anche dal design sostenibile e dall’attuazione di un’economia circolare. In questo ambito, GS1 Italy mette a disposizione Circol-UP, lo strumento, recentemente aggiornato, che permette alle aziende di misurare il proprio grado di circolarità e quindi di adottare un approccio di sviluppo di nuovi prodotti secondo i principi dell’ecodesign.
- Infine, il successo di ogni strategia di decarbonizzazione dipende dalla capacità di coinvolgere l'intera filiera e in questo senso tutti gli standard GS1 per la trasmissione trasparente e sicura dei dati, come il GS1 Digital Link, favoriscono la transizione sostenibile.
Monitorare e ridurre l'impronta di carbonio è quindi il primo passo per costruire un modello di sviluppo rispettoso dei limiti del pianeta e trasparente verso il mercato.
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