Per molto tempo, la sostenibilità aziendale è stata vista come un optional, una casella da spuntare per migliorare la propria immagine o una scelta morale. Ora però la transizione verde non è più un ideale, ma un imperativo economico e un asset strategico ineludibile per il futuro di ogni impresa. In questo scenario, la vera domanda non è più se occuparsi di sostenibilità, ma come integrarla nel proprio business.
Tutto è partito nel 2019, quando l’Unione europea ha lanciato il Green Deal, il programma di transizione verde che traccia la strada per rendere l’economia comunitaria completamente circolare e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo sono state sviluppate diverse iniziative legislative che stanno ridefinendo le regole del mercato, tra cui:
- Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che richiede alle aziende di identificare, prevenire e rimediare agli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente lungo tutta la propria filiera.
- EU Deforestation Regulation (EUDR), che vieta l’immissione sul mercato europeo di prodotti legati alla deforestazione, richiedendo una rigida tracciabilità geografica.
- Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), che stabilisce standard per rendere i prodotti riciclabili, riparabili ed efficienti.
- Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR), che mira a ridurre i rifiuti da imballaggio fissando obiettivi vincolanti di riuso, eliminando le plastiche monouso non necessarie e standardizzando il riciclo.
Sostenibilità in azienda: il ruolo strategico della CSRD
In questo ampio scenario normativo, si inserisce anche la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), la direttiva che richiede alle imprese di pubblicare report dettagliati sul proprio impatto ambientale e sociale con lo stesso rigore, la stessa trasparenza e la stessa verificabilità dei dati finanziari.
La CSRD non solo si allinea agli obiettivi del Green Deal, ma evidenzia anche l’intenzione del legislatore europeo di far integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali, garantendo così che le imprese partecipino attivamente alla transizione ecologica.
L'obiettivo primario della direttiva è elevare la qualità e la comparabilità delle informazioni, potenziando la trasparenza e la responsabilità; ciò implica rendicontazioni precise su fattori ESG (Environmental, Social and Corporate Governance, ovvero ambientali, sociali e di governance) come le emissioni di gas serra, i consumi energetici, l’utilizzo di risorse idriche, le questioni sociali, quelle relative alle condizioni di lavoro dei dipendenti, la tutela dei consumatori, la trasparenza e la lotta alla corruzione.
Inoltre, la CSRD introduce il concetto di doppia materialità, il principio cardine della rendicontazione di sostenibilità. È “doppia” perché si articola in:
- Materialità d'impatto: analizza come l'operato dell'organizzazione influisca, sia direttamente che indirettamente, sul contesto sociale e ambientale. Tale valutazione abbraccia l'intero ecosistema aziendale, includendo i processi interni, l'intera catena del valore, il portfolio di prodotti e servizi, nonché le dinamiche delle relazioni commerciali.
- Materialità finanziaria: esamina come le variabili ambientali, sociali e di governance possano determinare riflessi monetari e rischi concreti per l’assetto societario, condizionando la pianificazione strategica e la gestione della governance.
La CSRD propone, quindi, una visione d'insieme dell'intera catena del valore, richiedendo dati sulle attività sia a monte che a valle.
Per questi motivi, sebbene gli obblighi formali riguardino solo le grandi aziende (quelle con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto annuo), si verifica un effetto a cascata lungo tutta la supply chain perché per completare i propri report le aziende soggette alla norma dipendono dalle informazioni dei loro fornitori, spesso piccole-medie imprese (PMI).
La Commissione europea ha quindi approvato anche il Pacchetto Omnibus (Omnibus Simplification Package), un'iniziativa nata per snellire la burocrazia, ridurre gli oneri amministrativi e i costi di conformità per le PMI, e migliorare la competitività dell'UE. I partner più piccoli possono limitarsi a fornire le informazioni previste dal VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for SMEs)), uno standard volontario e semplificato per la rendicontazione di sostenibilità delle PMI.
Gli standard GS1 per la CSRD: un approccio collaborativo alle attività ESG aziendali
Per le aziende è cruciale disporre di dati di sostenibilità che siano affidabili e standardizzati, estesi a tutta la catena del valore. Lo scambio di dati non è un requisito normativo diretto della CSRD ma è essenziale per la conformità e la responsabilità aziendale.
Per definire obiettivi e ottemperare agli obblighi normativi, infatti, le imprese devono valutare non solo la propria operatività interna ma l'intera filiera, come richiesto dalla CSRD. Alcuni dati risiedono internamente ma per poter pubblicare report completi è indispensabile acquisire informazioni dai partner della catena di fornitura (per esempio, quelle relative alle fasi di produzione o ai cicli di vita dei prodotti).
Il raggiungimento degli obiettivi ESG quindi richiede un modello collaborativo tra fornitori, proprietari del marchio e retailer.
Ciascun attore svolge un ruolo cruciale nel garantire il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, e l’uso degli standard GS1 facilita questo processo consentendo uno scambio di dati senza soluzione di continuità e migliorando la trasparenza. Gli standard GS1 offrono infatti un linguaggio comune a tutte le parti coinvolte per identificare, acquisire e condividere dati in modo efficiente, sicuro e scalabile:
- L'adozione di chiavi quali GS1 GTIN (Global Trade Item Number) e GS1 GLN (Global Location Number) assicura identificazione univoca, tracciabilità e trasparenza lungo la supply chain.
- I data carrier - come i codici a barre lineari e codici 2D (in particolare il QR code standard GS1 e il GS1 DataMatrix) - permettono di rappresentare le chiavi GS1 e di acquisire automaticamente i dati. Anche l’uso dell’Electronic Product Code™ (EPC) e della tecnologia RFID automatizza e ottimizza la raccolta dati. Lo standard EPC identifica serialmente i singoli articoli, mentre l’RFID consente la lettura simultanea e a distanza dei tag, migliorando la precisione di magazzino e riducendo gli out-of-stock.
- Sistemi avanzati come il GS1 GDSN (Global Data Synchronisation Network) e il GS1 Web Vocabulary costituiscono l'infrastruttura essenziale per uno scambio di informazioni armonizzato. Il GS1 GDSN è uno standard globale per la condivisione di specifiche tecniche certificate tra aziende, e il Web Vocabulary abilita la leggibilità digitale dei dati per una rendicontazione di sostenibilità scalabile e nativamente digitale.
In termini di vantaggi nel contesto della sostenibilità e della conformità alla CSRD, l'adozione degli standard GS1 garantisce:
- Scambio efficiente: la standardizzazione di attributi e codici facilita una condivisione più fluida dei dati tra partner commerciali.
- Accuratezza e verificabilità dei dati: con gli standard GS1 migliora la qualità delle informazioni e si riduce il rischio di errore umano, rendendo i dati essenziali per la reportistica CSRD più precisi e verificabili.
- Efficienza operativa: la standardizzazione dei processi di raccolta e condivisione dei dati snellisce le attività amministrative.
- Sinergie e conformità normativa: gli standard GS1 permettono di generare e scambiare dati una sola volta per diversi scopi, facilitando la conformità simultanea a varie normative del Green Deal europeo.
In pratica, oltre a permettere la conformità normativa, l'adozione degli standard GS1 diventa un requisito di business per gestire la sostenibilità come asset strategico, riducendo i costi e aumentando la fiducia di consumatori e stakeholder.
Per approfondire:
- Leggi il paper di GS1 in Europe “Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) & GS1 Standards. A collaborative approach to corporate ESG activities”