Al convegno finale dell'Osservatorio Digital B2B del Politecnico di Milano, intitolato "Ritorno al futuro", la DeLorean nelle slide evocava l'intelligenza artificiale (IA) agentica e i processi autonomi. L'immagine più spietata della giornata riguardava però il presente, aziende da decine di milioni di fatturato che nel 2026 riconciliano ordini e fatture con le spunte a mano.
Si parla di gestione documentale: quello che fa girare davvero l’azienda, il sistema operativo, in pratica. Argomento poco scintillante, e un settore che sembrava un po’ addormentato. Il mercato della gestione documentale cresce nell'ultimo anno dell’8% dopo anni sotto il cinque; un manager tra i fornitori ammette che è un mercato "drogato" dalla normativa. Le aziende si muovono quando è un obbligo, poi si fermano in attesa del successivo.
È il modello regulation-driven (guidato dalla regolamentazione, ndr) che condividiamo con la Francia, mentre Germania e paesi scandinavi procedono market-driven (orientato al mercato, ndr), spinti dalle imprese in cerca di efficienza.
L'innovazione per decreto produce adempimento più che trasformazione.
Vent'anni di digitalizzazione hanno convertito la carta in PDF e la firma in click, ma lasciando spesso intatto il processo sottostante. Chi si limita al minimo richiesto dalla legge ottiene esattamente quello, la conformità, che per definizione hanno più o meno tutti i concorrenti.
Il passaggio strategico quindi sarebbe dal documento al dato.
Il documento è una fotografia scattata per essere archiviata, il dato è un flusso che attraversa i confini aziendali e tiene insieme la filiera in tempo reale. Chi opera nel largo consumo conosce il sistema: l'EDI (Electronic Data Interchange, ndr) è nato esattamente per questo.
Lo standard condiviso è l'innovazione meno fotogenica e più longeva che il B2B abbia prodotto, e resta la prova che la filiera ripaga chi smette di trattarla come un insieme di controparti.
La filosofia spiccia che l’evento del Politecnico mi suggeriva è che l'efficienza è noiosa ma (la ripetizione è voluta) tremendamente efficace. Nessuno dedica un keynote (intervento o presnetazione principale di un evento, ndr) alla riconciliazione automatica degli ordini, ma in tanti lo proiettano sugli agenti IA, anche se totalmente ipotetici al momento.
Eppure la ricerca presentata misura una correlazione precisa tra maturità digitale e prestazioni, contenziosi commerciali più rari e cicli dell'ordine più brevi a ogni gradino di maturità. Sono vantaggi poco glamour, si accumulano come interessi composti, invisibili fino a quando il divario con I concorrenti si manifesta all’esterno e spesso diventa incolmabile.
Il 90% delle imprese italiane si colloca però nei tre profili di maturità per il tema più bassi tra i cinque individuati, c’entra il solito nanismo italiano ma non solo, e la variabile con il punteggio peggiore è sistematicamente l'innovazione, prima ancora della tecnologia.
La DeLorean del film aveva bisogno di 88 miglia orarie per attivare il flusso canalizzatore e saltare avanti e indietro nel tempo. A molte PMI (piccole e medie imprese, ndr) basterebbe una spinta più modesta, quella di chi tratta l'efficienza documentale come una scelta strategica anziché come una scadenza fiscale, per di più in un’epoca in cui le barriere di accesso tecnico-economiche alla tecnologia si sono enormemente abbassate. Per tutte le altre il futuro resterà quello che è oggi, un obbligo normativo che deve ancora arrivare.