Fatima Merlin
L’opinione di Fatima Merlin

Le otto fasi del category management: quando il metodo trasforma il business

In un panorama retail sempre più competitivo e complesso, sotto pressione per marginalità, volatilità, produttività, efficienza e redditività, esiste un processo aziendale che collega strategia, esecuzione ed esperienza del consumatore con un focus sui risultati: il category management, ideato dal Professor Brian Harris

Retail e brand Largo consumo

Per eseguire al meglio il category management deve essere messo al centro un processo in otto fasi: più intelligenza, più scienza, più collaborazione, nessuna scorciatoia, nessuna improvvisazione.

A dimostrazione della potenzialità delle otto fasi, un caso brasiliano nella categoria "salute", che ha registrato una crescita del 31% nelle vendite e del 41% nel margine lordo a soli 30 giorni dall'applicazione del category management, rafforzando un punto semplice e provocatorio: quando seguiamo il metodo, i risultati arrivano e sono duraturi.

Di seguito è riportata una panoramica diretta, pratica e chirurgica di ciascuno degli otto passaggi, di come ognuno di essi prende vita, crea impatto e ha trasformato la categoria "salute" in un supermercato di medie dimensioni a San Paolo, un rivenditore orientato alla salute, al benessere e alla longevità.

Fase 1 - Definizione della categoria

Questa prima fase determina la categoria (ambito, segmentazione, ecc.).

L'errore più comune è partire dall'assortimento. In questo caso, siamo partiti dal consumatore: cosa significa "salutare" per chi acquista? Come si comporta? Quali sono le sue motivazioni, i valori e i fattori che guidano le decisioni?

A differenza del modello tradizionale, in questo retailer la categoria "salutare", definita attraverso una profonda comprensione dell'acquirente, è stata riprogettata per includere diete restrittive (dietetiche, senza lattosio, senza glutine), prodotti proteici, articoli naturali, biologici e integrali, bevande a base vegetale, granola, prodotti artigianali sani e naturali, prodotti funzionali, vitamine, integratori e le cosiddette "consapevoli trasgressioni". Il tutto è stato organizzato in base a reali occasioni di consumo (colazione, spuntini, pasti, bevande e dessert). Sono state escluse le barrette di cereali che non avevano alcun legame con il posizionamento della categoria.

Mettere il consumatore al centro fin dalla definizione iniziale porta chiarezza ed efficacia alle decisioni.

Ridefinendo la categoria in base al "perché" dell'acquirente, piuttosto che agli SKU (Stock Keeping Unit, unità di conservazione di magazzino, ndr), il retailer ha aumentato la rilevanza percepita e ampliato il proprio raggio d’azione competitivo.

Risultato: traffico più qualificato e maggiore predisposizione al trade-up (l'acquisto di prodotti di fascia più alta, ndr).

Fase 2 - Ruolo della categoria

Nella seconda fase deve essere dimostrata l'importanza della categoria per l'azienda.

La categoria "salute" era un "trend del momento" con un forte potenziale di crescita. Sulla base di studi mirati, "salute" doveva assumere il ruolo di destinazione per un pubblico in crescita, alla ricerca di scelte migliori e più convenienti. Questa decisione ha reindirizzato gli sforzi, modificando la gestione degli spazi, l'esposizione, le alleanze strategiche e le priorità di investimento.

Quando definiamo il ruolo, definiamo l’ambizione (in termini di strategia e tattica).

E ricordiamo: il ruolo della categoria determina come agiamo su ciascuna delle quattro P: prodotto, prezzo, promozione e posizionamento (disponibilità ed esposizione a scaffale).

Fase 3 - Valutazione della categoria

È in questa fase che approfondiamo la nostra comprensione della categoria, valutando le lacune e le opportunità.

Analizzando l'elasticità, i gap nell'assortimento, la dispersione dei prezzi, la duplicazione delle referenze (SKU) e le opportunità legate alla missione, è emerso chiaramente che la categoria "salute" aveva un grande potenziale (il mercato cresceva a doppia cifra).

Tuttavia, all'interno del punto vendita, si registravano un'elevata domanda inespressa e una bassa conversione.

I consumatori abituali rappresentavano l’80% del potenziale, alla ricerca di soluzioni complete per i momenti di consumo: colazione, spuntini, bevande e dessert.

L'audit ha rivelato eccedenze di stock (20-30% di articoli irrilevanti che occupavano spazio a scapito di ciò che realmente attirava l'acquirente), out-of-stock invisibili, planogrammi obsoleti e raggruppamenti generici. La diagnosi ha guidato azioni tattiche con un impatto significativo.

Fase 4 - Scheda di valutazione

È giunto il momento di fissare obiettivi chiari (SMART, Specific, Measurable, Achievable, Relevant and Time-bound, ovvero specifico, misurabile, raggiungibile, rilevante e temporizzato, ndr).

Gli indicatori sono stati riprogettati per concentrarsi su ciò che realmente determina i risultati:

  • Penetrazione (presenza nel carrello).
  • Unità per missione.
  • Margine incrementale.
  • Adiacenza tra categorie.

Ogni metrica aveva un responsabile, una frequenza e dei trigger d'azione.

La scheda di valutazione elimina le decisioni soggettive e introduce disciplina operativa. È l'impegno a trasformare la visione in performance, il desiderio in decisioni e l'intenzione in risultati concreti.

Fase 5 - Strategia di categoria

Nella quinta fase vengono definite le linee strategiche generali.

Le strategie chiave includono:

  • Ampliare l'assortimento funzionale (prodotti proteici, plant-based, snack naturali), privilegiando la pertinenza rispetto alla varietà.
  • Aumentare la conversione e la dimensione del carrello, con un mix basato sulle missioni di spesa, non sulle linee di prodotti, supportato da un'esposizione intelligente allineata ai momenti di consumo.
  • Catturare valore attraverso prezzi allineati alla percezione di qualità e con reale competitività: prezzi adeguati tra il 102% e il 106% rispetto alla media di mercato.

Fase 6 - Tattiche di categoria

Vengono poi definite azioni specifiche per ogni categoria, con tutte le quattro P collegate.

Ed è proprio a questo punto che cambia tutto:

  • Prodotto: riorganizzazione dell’assortimento e aggiustamenti che portano all’introduzione di nuovi prodotti in linea con la strategia.
  • Prezzo: basato sull'elasticità della domanda e sui cluster dei punti vendita.
  • Posizionamento e visibilità: in linea con il percorso decisionale dell'acquirente e i cinque momenti di consumo. planogramma riorganizzato per facilitare la navigabilità dello scaffale.
  • Promozione: espositori tematici in tutti i punti vendita; attivazioni integrate online e offline.

Tattiche semplici ma coerenti hanno portato a un immediato aumento della visibilità e della conversione.

Fase 7 - Implementazione

A questo punto bisogna mettere in atto strategie e tattiche. Tutto avviene in negozio.

L'implementazione ha incluso routine strutturate, liste di controllo, foto prima/dopo e dashboard di monitoraggio. I team dei negozi hanno compreso il "perché" alla base dei cambiamenti e hanno iniziato a garantire l'esecuzione.

Sono stati nominati dei “guardiani” con ruoli e responsabilità pensati per garantire l'implementazione e la manutenzione continue nei punti vendita.

Fase 8 - Revisione

Il monitoraggio era, e rimane, continuo: fatturato, margini, esaurimento delle scorte e penetrazione nel carrello. Nel punto vendita è stato rapidamente corretto il tiro.

La gestione delle categorie è un processo in continua evoluzione. E l'impatto?

In 30 giorni: più consumatori coinvolti, che acquistano più articoli per occasione, con una crescita delle vendite del 31% e un aumento del margine lordo di oltre il 40%.

L'acquirente sta cambiando, e così anche il mercato. Bisogna muoversi in anticipo.

Le otto fasi rimangono profondamente rilevanti e generano impatto quando vengono combinate con dati, tecnologia, intelligenza predittiva e, soprattutto, una vera collaborazione tra retailer e produttori.

Quando il processo viene rispettato, il consumatore comprende il valore, si converte all’acquisto, compra e l'azienda cresce.

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