Economia e consumi

Il Censis fotografa un’Italia resiliente e realista

Il 59° Rapporto sui processi socio-economici che caratterizzano il nostro paese analizza una società consapevole, alle prese con tensioni internazionali e una difficile congiuntura

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L’Italia ha saputo, più e meglio di altri, porsi con realismo faccia a faccia con il presente. Non riuscendo a spezzare la trappola del declino, il paese rimodula attese e desideri, senza poter contare su riforme o adeguamenti alle grandi trasformazioni in corso. È attraversato più da ombre che da luci il 59° Rapporto Censis, che rileva come resistere, adattarsi, stare dentro le crisi sia diventata un’attitudine italiana.

Viviamo in un’età che il Censis definisce “selvaggia, del ferro e del fuoco”: un mondo a soqquadro dove non è la razionalità dell’economia il motore della storia e prevalgono pulsioni belliche, nazionalismi e protezionismi.

Il 62% degli italiani ritiene che l’UE non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali e il 53% che sia destinata alla marginalità. Peraltro, secondo il 73% l’american way of life non è più un modello socio-culturale da imitare.

La “febbre” del ceto medio

Tra le insidie ai fondamentali del modello di sviluppo italiano pesano anche fattori endogeni. La popolazione invecchia e i tassi di natalità sono in caduta libera: due fattori che incidono negativamente sulla proliferazione delle piccole imprese. Tra il 2004 e il 2024 il numero di titolari d’impresa è sceso da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni, mentre gli imprenditori under 30 sono diminuiti del 46,2% (quasi 132mila in meno). Anche il reddito delle piccole imprese si contrae: nel 2004 rappresentava il 17,8% del Pil, vent’anni dopo si è attestato al 14%.

Segnali di debolezza anche per il lavoro: nel 2024 il valore reale delle retribuzioni segna il -8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%. Ecco perché secondo il Censis il ceto medio vive uno stato febbrile, rischiando di perdere lo status conquistato nel tempo.

Il "grande debito"

Il forte aumento dell’indebitamento delle economie occidentali le rende più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei paesi del G7, a fronte di una moderata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil, in Italia dal 108,5% a 134,9%. Si annunciano dunque tempi duri per le finanze pubbliche, che rischiano uno shock analogo a quello vissuto durante la pandemia.

Il "grande debito", come lo battezza il Censis, genera uno stato debitore, che non potrà abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso e sempre disatteso dagli stati fiscali. A soffrirne sarà il welfare, destinato a un inevitabile ridimensionamento. Basti pensare che a settembre il debito pubblico italiano ha toccato i 3.081 miliardi di euro. Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, più di quella per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), più di dieci volte quella per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi).

Solo l’alimentare cresce

Nel 2024 solo il settore alimentare ha registrato un incremento della produzione (+1,9%), in un panorama industriale complessivamente negativo. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Un dato appare significativo: nei primi nove mesi delli scorso anno la fabbricazione di armi e munizioni cresce del +31,0% rispetto all’anno precedente.

I comportamenti di consumo delle famiglie sono stati fortemente condizionati dall’inflazione. Nel 2024 i prezzi segnavano un +17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (beni alimentari, per la cura casa e persona) più caro del 23,0%. Si è speso di più ma si è consumato di meno: nel quinquennio considerato il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume acquistato è calato del 2,7%.

Il lavoro si senilizza

Sono davvero moltissimi gli spunti che emergono dal 59° Rapporto in tema di economia e occupazione. Tra questi, il Censis segnala gli effetti sussultori che l’incertezza provocata dai dazi statunitensi sul commercio italo-americano, con cali e rimbalzi anche molto rilevanti di mese in mese. Tra i settori in cui l’Italia si fa notare c’è l’automotive: siamo in 14^ posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica. Tuttavia, i salari sono aumentati assai meno rispetto al valore aggiunto per occupato: +9,3% vs +48,8%.

Anche l’aumento degli occupati nel biennio 2023-2024, pari a 883mila unità, è un dato positivo, ma è dovuto soprattutto agli over 50, pari all’84,5% di tutta la nuova occupazione. Lo stesso vale per il saldo positivo dei primi dieci mesi del 2025, frutto di un incremento dei più anziani e di un calo degli under 50.

Infine, in tema di formazione, se nell’anno accademico 2024/25 si conferma la tendenza positiva delle immatricolazioni (+5,3%), a preoccupare è l’aumento degli inattivi tra i giovani: +176mila tra gennaio e ottobre 2025.

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