Manuela Soressi
L’opinione di Manuela Soressi

Come mangiano i nostri amici a quattro zampe?

La pet economy in Italia vola oltre i 4 miliardi di euro nel 2025. L'approccio “human centric” spinge l'innovazione, mentre la sostenibilità trasforma persino un'emergenza ambientale come il granchio blu in una preziosa materia prima per il pet food.

Economia e consumi

La pet economy cresce ed evolve. È partita dal retail, con l’ampliamento dell’offerta di prodotti per animali d’affezione e lo sviluppo di catene specializzate, ma ora sta dilagando anche in altri mondi. Lo dimostrano l’offerta di cibo e di gadget proposti sui cataloghi di bordo di alcune compagnie aeree o i totem per donare cibo ai gatti randagi installati nelle strade di Istanbul. Ma è soprattutto nel mondo del food che si concentrano le novità.

In Italia l’universo della nutrizione per cani e gatti chiuderà il 2025 superando il record dei 4 miliardi di euro (fonte NielsenIQ). In un anno, per nutrire i loro 21 milioni di cani e gatti, gli italiani hanno dunque speso la stessa cifra destinata agli integratori alimentari per se stessi e tre volte quanto hanno pagato alle casse dei punti vendita della GDO per acquistare le insalate di quarta gamma. Per di più, mentre i padroni sfoltiscono il carrello della spesa e riducono gli acquisti (e magari ne approfittano per mettersi a dieta), altrettanto non fanno per i loro animali domestici, di cui curano con amore e attenzione la nutrizione. Con un approccio tutto “human centric”, tanto che non si parla di "feed" come per il bestiame (il termine "feed" in inglese indica il mangime per gli animali, ma di "food" come per gli umani. E difatti, come accade per i nostri menu, anche in quelli per cani e gatti crescono gli alimenti arricchiti con vitamine e proteine, quelli senza zuccheri e quelli plant based. La sempre maggiore sovrapposizione tra le caratteristiche vincenti dei prodotti destinati all’alimentazione umana e di quelli rivolti a cani e gatti sta spingendo sempre più aziende del food & beverage a entrare anche nell’universo del petfood, come hanno fatto di recente Andriani e Ferrarelle.

Una tendenza ancora in fase di iniziale e che, a detta di molti analisti di mercato, è destinata a crescere velocemente. E non solo perché si tratta di un mercato molto promettente, visto che la domanda di petfood continua a espandersi, ma anche perché è una strategia molto interessante sul fronte della sostenibilità, e in particolare della valorizzazione dei residui di produzione.

Perché, se finora molte aziende del food li hanno dirottati verso produttori esterni di mangimi e petfood, per evitare i costi di smaltimento, ora la tendenza è quella di tenersi in casa questo “tesoretto” e dar loro un nuovo valore. E, magari, di fare un passo ulteriore, potenziando questo business anche attraverso il recupero di materie prime “nobili” altrimenti fuori mercato (perché non sufficientemente apprezzate dagli umani) in un’ottica “zero waste”.

Come il famigerato granchio blu, che da tempo ha conquistato l’area del Delta del Po e che rappresenta una seria minaccia per gli ecosistemi marini italiani. Dopo essere stato proposto nei mercati del pesce e sulle tavole di famosi chef, ora il granchio blu è diventato la materia prima di una farina proteica destinata ai cibi per gatti. Una materia prima reperibile in grande quantità, a costi accessibili e con le garanzie di una filiera controllata composta da pescatori, ricercatori universitari, start-up innovative e produttori di petfood. Da emergenza ambientale, dunque, il granchio blu si è trasformato nel protagonista di un progetto doppiamente virtuoso visto che, al netto di costi e tasse, tutti i proventi derivanti dalla vendita di questi prodotti saranno destinati alla salvaguardia degli ecosistemi dei mari italiani.

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