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Chi non conosce il flexitarianesimo, ossia la riduzione dei consumi di prodotti di origine animale per dare più spazio a quelli di origine vegetale? Nell’arco di pochi anni è diventato molto popolare: dal 2015 a oggi, la percentuale di italiani che adotta questa filosofia alimentare è cresciuta del +63% (fonte: GfK Sinottica). Ma quanti sanno che questo stesso approccio è approdato anche nella produzione degli alimenti industriali, diventando uno dei filoni d’innovazione più interessanti del momento?

La sostituzione di molti ingredienti e componenti di origine animale con alternative vegetali o vegane, naturali o di sintesi, è dettata da varie ragioni. In principio c’è stata la necessità di rispondere alla richiesta di chi voleva ridurre o eliminare carni, formaggi, uova, pesci e salumi. Ma poi ad accelerare gli studi e gli investimenti in R&S sono state prima la pandemia e poi la guerra in Ucraina, con le loro pesanti (e spesso imprevedibili) conseguenze sull’economia globale, speculazioni internazionali comprese.

Alcuni ingredienti di ampio utilizzo nell’Industria alimentare sono diventati rari o introvabili. Altri inaccessibili perché troppo costosi. E questa situazione critica ha accelerato la ricerca di soluzioni alternative, con lo sviluppo di ingredienti innovativi, anche di origine naturale e privi di allergeni, che assicurano le stesse performance in produzione ma offrono interessanti vantaggi in termini di reperibilità delle materie prime, impatto ambientale dei prodotti e valore nutrizionale/salutistico degli alimenti.

Derivati di legumi, come le proteine di piselli gialli testurizzate, che simulano la texture e la succosità della carne bovina o che assicurano le stesse performance degli albumi d’uovo nei prodotti dolciari ma senza interferire con il sapore finale dei prodotti alimentari in cui vengono usati. E ancora fibre ottenute da mais e legumi, capaci di replicare gli effetti tecnologici del miele ma senza apportare zuccheri, con indubbi vantaggi per la salute. Con il loro gusto neutro, inoltre permetteranno di sviluppare nuovi prodotti, finora impensabili, come le barrette di cereali salate e a basso indice glicemico. Soddisfacendo, così, anche due desiderata dei consumatori, spesso inconciliabili: il piacere dello snacking e la ricerca di prodotti dal favorevole impatto metabolico. Una nuova via per il cibo del futuro?