Innovazione Tessile e abbigliamento

Dati e sostenibilità guidano la nuova supply chain della moda

Il settore moda è chiamato a ripensare la supply chain per rispondere alle nuove normative e alle sfide della sostenibilità. Il Digital Product Passport si afferma come leva chiave per creare valore lungo la filiera e rafforzare il legame con il consumatore

Anastasiia - stock.adobe.com

“Riorganizzazione della supply chain nella moda e nel lusso”: è stato questo il tema al centro dell’evento organizzato da Renoon, solution provider accreditato dal Solution Partner Program di GS1 Italy in Interno 1, il concept center e laboratorio di innovazione di GS1 Italy.

Nel corso della mattinata di confronto sono intervenuti Iris Skrami, Ceo & co-founder di Renoon, Federico Bonelli, Strategy, retail, fashion & luxury pactice leader di Impacta, Vittorio Giordano, Industry engagement senior specialist di GS1 Italy, Caterina Occhio, Advisor di Unido e Renoon, Roberto Randazzo, ESG and impact legance, che si sono confrontati sull’importanza della tracciabilità e della valorizzazione dei dati, sulle sfide che attendono il settore della moda, sul ruolo degli standard, della governance e del Digital Product Passport (DDP).

Il valore dell’interoperabilità

Dal confronto è emersa un’evidenza: parlare di supply chain è fondamentale per comprendere l’importanza dei dati e della tracciabilità. Lo ha sottolineato nel suo intervento Vittorio Giordano, spiegando come la tracciabilità sia un processo collaborativo, che richiede il coinvolgimento di diversi attori per poter collezionare e scambiare dati sul ciclo di vita di un prodotto. Di conseguenza, entra in gioco l’interoperabilità: non dati “chiusi”, ma comprensibili, accessibili e utilizzabili lungo tutta la filiera.

Si tratta di un tema rilevante per il settore moda – con elevata specializzazione ma diversi livelli di digitalizzazione – chiamato a rispondere a un consumatore sempre più attento e a “fare i conti” con la transizione verso modelli di business circolari.

«In questo contesto, il ruolo di GS1 è raccogliere gli input provenienti dall’intera filiera e tradurli in schemi e strutture dati condivisi e interoperabili. L’obiettivo è rendere questi modelli concretamente applicabili, facilitando lo scambio di informazioni tra gli attori e garantendo coerenza ed efficienza lungo tutta la filiera grazie agli standard comuni» ha detto Giordano.

Il problema per il settore moda, come ribadito da Iris Skrami, infatti, non è l’assenza di dati ma la loro condivisione in maniera funzionale. Da qui un’altra sfida, evidenziata da Caterina Occhio: capire come gestire le informazioni a disposizione e valorizzare la sostenibilità sociale, a lungo trascurata.

Governance della sostenibilità: una priorità

Le attuali normative europee in ambito ESG e supply chain non sono un’improvvisa stretta regolatoria, ma l’esito di un percorso tracciato da anni, «che le aziende avrebbero dovuto anticipare con una pianificazione strategica, evitando approcci emergenziali», ha fatto notare l’avvocato Roberto Randazzo, che ha poi ricordato come con l’entrata a regime delle direttive europee sulla sostenibilità, le sanzioni saranno ancora più incisive. Per questo, le iniziative puntuali non bastano: serve una governance della sostenibilità integrata e coerente con la strategia complessiva dell’impresa.

Ma come agire quindi? Il primo passo, per Federico Bonelli, è la comprensione del problema da parte delle aziende, che devono concentrarsi sullo sviluppo del prodotto, il posizionamento sul mercato e la narrativa del brand, mentre per gli aspetti tecnici e di governance, affidarsi a un supporto esterno e aprirsi ad alleanze strategiche con ecosistemi in grado di garantire finanziariamente gli adeguamenti tecnologici e la conformità necessari. Altro passo necessario sono gli investimenti in audit delle filiere prima che arrivino dei controlli o che emergano criticità. Azioni indispensabili per mantenere alta la fiducia dei consumatori. Un valore che si conquista nel tempo, ma che crisi reputazionali o di filiera possono distruggere velocemente.

Dai dati alla governance

La dispersione dei dati e la governance restano due criticità concrete per il settore tessile. Spesso le aziende sottovalutano l’impatto della perdita di informazioni, che può generare inefficienze lungo la filiera e tradursi in costi nascosti difficili da individuare. Allo stesso tempo, l’affidarsi a partner più strutturati e trasparenti può dare l’impressione, almeno inizialmente, di un aumento dei costi. Una percezione distorta per Bonelli, secondo cui, guardando al conto economico complessivo, spesso si scopre di poter ottimizzare e ridurre la spesa. Servono, però, competenze e strumenti per leggere i dati in modo corretto e trasformarli in leve di controllo e miglioramento.

Sulla stessa lunghezza d’onda Caterina Occhio, secondo cui «la governance deve diventare parte integrante del modo in cui un’organizzazione gestisce non solo i rischi, ma anche le opportunità e le inefficienze, comprese quelle di natura economica».

Anche per questo Occhio, con l’agenzia UNIDO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale, nell’ambito del programma FairShare, sta lavorando proprio per costruire insieme al settore un benchmark condiviso, identificare le best practice e definire in modo chiaro cosa è necessario fare.

Del resto, governance e gestione del dato ESG sono ormai inscindibili, come ricordato dall’avvocato Randazzo: i dati di filiera devono arrivare fino al bilancio e sono sempre più centrali per investitori e banche.

Il futuro è nel DPP

La giusta governance dei dati permetterà alle aziende di compiere un passo importante verso il DPP, il passaporto digitale del prodotto, che racchiuderà una serie di informazioni a supporto dell’economia circolare e della sostenibilità.

L’Unione europea, attraverso la normativa in corso di definizione, punta a costruire uno strumento il più possibile interoperabile, e GS1 contribuisce attivamente a questo processo con i suoi standard, per superare l’utilizzo di sistemi interni e proprietari e facilitare un linguaggio comune e condiviso.

Ad aprile sono attesi gli atti delegati che definiranno la struttura condivisa del DDP tra le filiere, mentre successivamente arriveranno gli atti delegati verticali per settore, che stabiliranno quali informazioni specifiche dovranno essere incluse per ciascun comparto.

Un’innovazione che avrà un impatto anche sul consumatore e che le aziende devono imparare a gestire. «Il DPP non deve essere un canale aggiuntivo da gestire tra i mille già esistenti, ma un modo per trasformare il prodotto da “muto” a “parlante”, cioè un prodotto intelligente. Questo significa che può durare più a lungo, essere rivenduto, ricollocato, tokenizzato, oltre a fornire dati preziosi», ha concluso Skrami.

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