economia

Politica sociale: assente

Detassazione del lavoro femminile, considerare un quid aggiuntivo se gli acquisti li fanno gli uomini o i giovani tra i 18 e i 24 anni, aumentare l’offerta di servizi come gli asili nido per le donne che lavorano, premere l’acceleratore sulle liberalizzazioni. Sono le priorità all’interno delle tre proposte di Indicod-Ecr per “tornare a crescere”, formulate dai partecipanti alla tavola rotonda che ha concluso il convegno.
L’assenza delle istituzioni e della politica è stata però la nota stonata, complici la crisi libica e la situazione internazionale ed è anche indice di sordità alle sollecitazioni provenienti dalla filiera del Largo Consumo che, come è stato ricordato (v. il graf.1 del Dossier), nel 2010 ha generato risparmi per le famiglie italiane pari a 5,7 miliardi di euro solo con le promozioni. «Se confrontiamo questo valore con i 250 milioni di euro della Francesco Daverisocial card, peraltro non spesi tutti» ha commentato Francesco Daveri, Ordinario di Economia presso l’Università degli Studi di Parma intervenendo alla tavola rotonda di chiusura Sarah Varettocoordinata da Sarah Varetto, giornalista di SkyTg24 «ci rendiamo conto di quanto ormai le vere politiche sociali siano affidate a soggetti privati. È come se lo Stato abdicasse al compito di creare le condizioni per garantire un equilibrato sviluppo sociale e a una costante crescita economica».

Certamente, gli asili nido, i servizi per anziani e gli altri interventi per liberare le famiglie da oneri aggiuntivi per adeguare l’Italia agli standard degli altri Paesi dove il tasso di occupazione femminile è più elevato costano, secondo alcune stime pesano fino al 2% del Pil. Ma l’esempio riportato da Tito Boeri sulle diversità di ripartizione delle spese nel bilancio di Italia e Regno Unito spiegano molte cose.
Maurizio Ferrera«La questione delle risorse di bilancio» annota Maurizio Ferrera, Ordinario di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Milano « è certamente reale nel nostro Paese che ha un debito pubblico più elevato di altri, ma all’interno delle allocazioni delle risorse, a parità di vincoli di deficit e di debito nelle ultime due finanziarie sono stati fatti girare 23 miliardi di euro di allocazione delle poste. Vale a dire che la discrezionalità nelle politiche di bilancio esiste. Perché allora scegliere sempre a sfavore dei giovani e delle donne?». Forse perché le donne lavoratrici si fanno in quattro quando lavorano per tenere insieme il loro essere madri, donne di casa e lavoratrici. Ma, sostiene Maria Laura RodotàMaria Laura Rodotà, giornalista del Corriere della Sera, spostando il tema sul versante dei rapporti sociali e superando il concetto di “quote rosa”, «sarebbe opportuno cominciare a parlare non solo di madri lavoratrici, ma di donne lavoratrici tout court e, comunque, in presenza di figli affrontare la questione in termini di genitori. Gli uomini che prendono il congedo di paternità sono poco apprezzati nelle nostre aziende. Si dovrebbe prendere esempio da altri Paesi, dove un padre che si dedica ai figli è considerato positivamente come ci insegna l’esempio del Primo Ministro inglese».

Valerio Di NataleQuanto a lavoro femminile nella filiera del Largo Consumo il 52% degli occupati sono donne e Valerio Di Natale, Amministratore Delegato e Presidente di Kraft Italia, rileva come il problema sia quello della ritenzione e della valorizzazione delle risorse femminili. «Nella nostra azienda stiamo lavorando in tre direzioni: l’area dei servizi, l’accompagnamento alla maternità e la flessibilità, vale a dire un utilizzo del part time in modo virtuoso».
Vincenzo TassinariVincenzo Tassinari, presidente del Consiglio di gestione di Coop Italia, riporta però il discorso al centro della questione; vale a dire la necessità di tornare a crescere, che significa anche crescita dell’occupazione e quindi anche di quella femminile. Il corollario è quello di rifondare il sistema Paese affidando alla distribuzione il ruolo che oggi è scarsamente interpretato dalle istituzioni: «Il sistema delle imprese di questo settore vuole dare un contributo per la crescita. Ma il messaggio rimane inascoltato. Dobbiamo cercare di recuperare sulla capacità di incidere psicologicamente. È vero che abbiamo un problema di consumi, e che quest’anno rischia di essere ulteriormente peggiorativo. Il sistema delle imprese dovrebbe riuscire con la politica a dare un messaggio positivo, per incidere, al di là delle quantità, su quell’elemento psicologico che è fondamentale per la ripresa dei consumi delle famiglie italiane».

Lo stesso vale per le imprese. Secondo Di Natale infatti nella stagnazione generale i consumi della filiera rischiano di essere schiacciati da altre categorie o filiere. Alle imprese non resta che ridurre i costi per liberare risorse da investire nell’innovazione di prodotto e di processo, rendendo più appealing l’offerta e comunicarla con efficacia. Non a caso nel 2010 gli investimenti pubblicitari del Largo Consumo (un terzo del totale) sono cresciuti.

Ripartire dai consumi, secondo Daveri è essenziale, privilegiando le liberalizzazioni e il sostegno ai redditi delle famiglie, con una politica più attiva del Governo. È difficile però attendersi che qualcosa si muova nel breve periodo. Lo chiarisce Ferrera: «L’inizio di una legislatura è il periodo migliore per interventi che impongono immediatamente costi concentrati su alcune categorie ma che hanno bisogno di un certo lasso di tempo per diffondere gli effetti positivi. Fu così con le “lenzuolate” di Bersani, ma la legislatura finì anticipatamente. Oggi il Governo fa sfoggio di una retorica favorevole alle liberalizzazioni senza far seguire scelte coerenti. Anzi, tirando il freno. C’è poi un pericolo insito nel federalismo. Il trasferimento di poteri alle Regioni e agli Enti locali rischia di moltiplicare gli strumenti attraverso i quali erogare benefici concentrati a favore di alcune categorie di raggio regionale, rallentando la produzione di benefici collettivi».
Se le cose stanno così, Tassinari lancia l’idea provocatoria: coinvolgere il cittadino-consumatore, che, in quanto elettore, potrebbe dare un segnale forte della propria volontà alla politica.

A cura di Fabrizio Gomarasca