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Economia circolare: prevenire e riciclare gli scarti ripensando al business model aziendale

Un modello economico che sfrutta al meglio le risorse, rivede i flussi di scarto, scompone il processo produttivo e coinvolge anche il consumatore finale

L’economia circolare è un tema attuale prima di tutto perché c’è un “pacchetto dell’economia circolare”, approvato dal Parlamento europeo, che stabilisce per l’Unione europea obiettivi e scadenze su gestione e riciclo dei rifiuti. Un tema che è insieme un obbligo normativo e un’opportunità di sviluppo per le aziende.

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo alternativo a quello dell’economia lineare.

Se l’economia lineare si muove sui principi take, make, dispose, teorizzati da Porter, con un approccio basato sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali e una massiccia produzione di rifiuti, l’economia circolare si poggia sulla capacità di riutilizzare, recuperare o riciclare i materiali di scarto delle diverse fasi produttive, o addirittura sul prevenirli. 

Questo a fronte di un fabbisogno di materie prime crescente. Si stima, ad esempio, che entro il 2020 si sfrutteranno 82 miliardi circa di tonnellate di materie prime, aumentando così il numero di rifiuti e quello di rifiuti non riciclabili: soltanto un terzo dei 60 metalli più comuni ha un tasso di riciclo a fine vita superiore al 25%.

Usare al meglio le risorse   

“Il modello dell’economia circolare non è sconosciuto al nostro tessuto produttivo”, racconta il professor Fabio Iraldo docente alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla Bocconi, al primo di quattro seminari, organizzati da GS1 Italy in ambito ECR, dedicati al tema dell’economia circolare e dell’impronta ambientale. L’azienda Lucart che ha portato la sua testimonianza col progetto Natural ne è un esempio, «ogni caso è sicuramente contraddistinto da grande innovatività. Il valore che apporta la circolarità sta nella funzionalità e nella durabilità del prodotto» ha spiegato il docente.

Quanti mondi altrimenti sarebbero necessari al nostro per sopravvivere?

Altre criticità mettono in discussione il sistema lineare corrente quali la scarsità delle materie prime e delle risorse naturali e la crescente pressione sulle aziende nel vivere il fine vita di un prodotto come un costo.

Come ha sottolineato il professor Iraldo, durante il workshop, il driver che sposta l’attenzione dall’economia lineare a quella circolare non è di tipo ambientale, come si può pensare, ma economico: «c’è un problema di inadeguatezza dell’input produttivo, le risorse sono scarse».

L’idea è quella di un modello economico che funzioni a lungo termine, un’economia resiliente, che unisca l’attenzione all’ambiente, agli sforzi di un’azienda per migliorare la propria produttività, a uno spirito imprenditoriale consapevole.  

«L’economia circolare per le aziende è un’opportunità di trasformazione del loro modello di business mirato all’efficienza. Qualsiasi flusso di scarto se non è valorizzato è una perdita, allora qualunque azione mirata a sfruttare al meglio le risorse in entrata e a ridurre gli scarti, minore take, minore waste - ne prendo meno, ne spreco meno - persegue l’efficienza produttiva dando nuova vita a nuovi materiali».

La circolarità scompone in moduli il processo produttivo evitando che diventino rifiuto, e crea più valore del prodotto, puntando su durabilità e funzionalità. attraverso:

  • La rigenerazione.
  • Il riutilizzo.
  • Il riparo o l’autoriparazione

Raggiungere l’efficienza produttiva

Questo modello può funzionare però solo ripensando al business model aziendale e al coinvolgimento di tutti gli attori della filiera, consumatore compreso.

«Serve un cambio di percezione, serve coltivare l’idea che se innovo il prodotto frequentemente stimolo il consumatore all’acquisto; serve incamerare nella progettazione il fine vita del prodotto, ottimizzare i costi includendo il trasporto di materie prime, usare l’economia locale come filiera di approvvigionamento».

Un cambio di prospettiva in cui ripensare gli ingredienti e i componenti per facilitarne recupero e smaltimento a fine vita, in cui riprogettare il design del prodotto fin dall’inizio tenendo conto:

  • Degli aspetti ambientali.
  • Del packaging.
  • Delle materie prime da selezionare.

Ma anche di come ri-immettere gli scarti nel proprio ciclo produttivo, o nel ciclo di altre aziende.

Aumentare l’efficienza, soddisfare il cliente, migliorare l’immagine aziendale sono tra i principali fattori che spingono le imprese a costruire un sistema nuovo e a rivedere il proprio business model, mentre i costi iniziali sono uno degli ostacoli a questa trasformazione.

Lavorare sulla sostenibilità, una delle parole chiave del piano triennale di GS1 Italy, come ha ricordato in più occasioni, il presidente Alberto Frausin, con un occhio agli impegni normativi internazionali, è alla base dei quattro workshop, di cui questo è il racconto del primo.

Si vuole creare un terreno di conoscenza comune da cui partire e su cui sperimentare dando indicazioni sull’economia circolare, sui suoi strumenti operativi, sull’impronta ambientale e la sua misurazione nel ciclo di attività del prodotto fino ad arrivare a come comunicare l’eccellenza ambientale di prodotto e processo. 

Coinvolgere e collegare i soggetti della filiera 

Nonostante l’Unione Europea abbia stanziato molti fondi per le filiere, non c’è l’abitudine a cooperare e c’è ancora qualche difficoltà nel trovare un’azienda che faccia da traino nel sistema circolare: «manca al momento un network di soggetti a cui fare riferimento» e proporre o vendere gli scarti del proprio ciclo produttivo per valorizzarli.

Non mancano invece esempi e buone pratiche, c’è chi fa rivivere i propri scarti, chi trova nuovi modi di dematerializzare, chi ripensa al packaging rendendolo sostenibile e chi fa un’operazione di marketing nell’ottica di un nuovo business model, esperienze, insieme a quella di Lucart, di cui si è parlato durante il seminario.

Tra le definizioni e le opportunità che porta con sé l’economia circolare emerse da un veloce confronto fra i partecipanti al workshop si è parlato di snellire e standardizzare i processi per ottimizzare e risparmiare, di un modello pensato per autorigenerarsi e autorigenerare, di condividere competenze e sprechi, di come valorizzare la collaborazione tra soggetti diversi, di un sistema che porti risparmio economico e ottimizzi le risorse ambientali, di una maggiore consapevolezza aziendale e di sistema, di un’economia che benefici tutti i player, di un’economia del valore dove il consumatore è parte dell’ingranaggio.

Siamo di fronte al crescere di un modello economico che guarda al futuro in cui creare mercati per le materie seconde e coinvolgere i clienti all’acquisto anche di un prodotto riciclato o riaggiustato.